Penelope, il gatto Sindaco

Penelope, il”Sindaco” di Fontevivo

“Via i topi dal paese!”

Con questo slogan Penelope aveva vinto le elezioni amministrative. Certo, avrebbe preferito “Più topi per tutti!” ma non poteva certo imbrogliare i suoi compaesani, perché lei, a discapito di molti politici, era una gatta seria e onesta.

Ebbene sì, Penelope era un gatto e aveva ottenuto il maggior numero di consensi alle ultime amministrative del suo paese, Fontevivo. Nessuno prima della terribile invasione si sarebbe mai sognato di votare per un gatto, ma con una zampata Penelope aveva fatto volare via un topo come un fringuello, proprio davanti ai seggi, decretando il suo inaspettato successo e la vittoria.

Prima di candidarsi Penelope aveva sempre vissuto nella bambagia, coccolata e nutrita da tutti: dalla bottegaia, dalla farmacista e da chiunque riuscisse ad ammaliare con il suo sguardo languido. Non si era mai dovuta preoccupare di cacciare topi, uccellini o qualsiasi altro animaletto appetibile per un gatto che vive in mezzo alla natura. Lei alternava il Prosciutto di Parma alle crocchette e qualche volta anche a una fetta di arrosto avanzato o del pesce. Insomma, era una gatta fortunata, tutti in paese le volevano bene e lei dimostrava la sua riconoscenza strusciandosi nelle gambe dei passanti e chiedendo coccole che ricambiava con concerti sinfonici di fusa da far accapponare la pelle al compianto Pavarotti.

Insomma, la vita di Penelope procedeva liscia come l’olio, era nutrita, coccolata, curata e lei si sdebitava con la sua immancabile presenza agli eventi mondani. Partecipava a tutte le messe la domenica, ai matrimoni religiosi e civili, perfino ai funerali e quando fuori c’era troppo caldo o troppo freddo si rintanava in biblioteca, tra le comode pagine dei libri.

Un giorno un temporale con lampi, tuoni, fulmini e vento si abbatté su Fontevivo. La biblioteca era chiusa, la bottega, la farmacia, l’edicola pure, l’unica porta aperta era quella del Municipio, Penelope vi si intrufolò in preda al panico, scese le scale che portavano al seminterrato e si nascose in attesa che Zeus smettesse di tormentarla con quel gran baccano. Era spaventata, tremava, il pelo era arruffato e bagnato. Si nascose in uno scatolone che conteneva dei vecchi documenti e si addormentò.

Un bisbiglio la svegliò, ma preferì non fare rumore per udire di chi fossero quelle vocine e soprattutto cosa stessero confabulando.

«Dobbiamo agire al più presto, non voglio più aspettare», disse un topino con la coda mozzata.

«Ma come facciamo a impadronircene?» chiese un altro topo che era rimasto nell’ombra.

Penelope non lo vedeva ma dallo squittio era sicura che si trattasse di un altro topo. D’istinto avrebbe voluto uscire allo scoperto, afferrarli, giocarci un po’ e poi mangiarseli. “No, secondo me non sono gustosi come il prosciutto della bottegaia”, pensò la gatta, e decise di restare nella sua cuccia a origliare quell’insolita conversazione tra roditori.

«Trova il modo!» disse con fermezza Coda Mozza.

«Non sarà facile far arrivare tutti in così poco tempo…», rispose il topo nascosto.

«Non è un mio problema…», Coda Mozza lasciò la minacciosa frase in sospeso.

“Forse l’altro non ha bisogno di spiegazioni”, pensò Penelope, “ma io sì! Cosa avranno in mente quei due sorci?”.

Zeus aveva appena finito di accanirsi sul paese e Penelope, dopo che i due topi se n’erano andati, uscì dal nascondiglio. La porta dalla quale era sgattaiolata era ancora aperta e com’era entrata nel Municipio vi uscì.

Il temporale aveva lasciato il paese nella più totale desolazione. Qualche ramo e molte foglie bagnate ricoprivano Via Roma, nessuno per strada, né a piedi né in auto. I negozi tutti chiusi. Penelope passeggiò avanti e indietro con il pensiero fisso dei due topi: “Cosa staranno tramando?” ma la loro conversazione era stata troppo criptica per cavarci un ragno dal buco.

Penelope non dovette attendere molto per conoscere il piano dei roditori. Un paio di settimane dopo, infatti, in paese erano tutti agitati.

Nessuno badava più a lei: «Ehilà! Sono qua! Mi vedete? Sono la vostra Penelope… Ho fameeeeee», ripeteva la gatta a ogni persona che vedeva passare. Si mise a miagolare a squarciagola davanti alla serranda chiusa della bottega. Pianse a gran voce davanti alla farmacia, ma anche lì nessuno le dava retta, soprattutto perché tutte le attività erano state chiuse e la gente correva avanti e indietro come in preda al panico. Sembrava che nessuno sapesse dove andare o cosa fare e Penelope non si dava una spiegazione.

«Attenzione, attenzione!»

Una voce stridula, amplificata da un altoparlante, echeggiò nell’aria catturando l’attenzione dell’impanicato viavai di gente e anche di Penelope.

«Abbiamo preso il comando di Fontevivo!»

La gente si fermò d’improvviso e Penelope guardava per aria perché non capiva da dove provenisse quella voce.

«D’ora in poi dovrete sottostare al nostro volere, sfamarci e venerarci».

Il silenzio fu interrotto dal miagolio di Penelope che credeva di aver già sentito quella voce, che continuò:

«Se asseconderete la nostra volontà nessuno si farà male. Ora andate tutti nelle vostre case e attendete nuove istruzioni!»

Il viavai si trasformò in vero e proprio caos: i Fontevivesi correvano terrorizzati in tutte le direzioni, come se non ricordassero dove abitavano.

Penelope rimase di nuovo sola, incredula, dubbiosa e affamata, molto affamata.

“Sono sicura di aver sentito quella vocina da qualche parte”, disse tra sé e sé mentre vagava in cerca di un rimasuglio di arrosto o di qualcosa di commestibile. Fu allora che vide Coda Mozza e decise di seguirlo.

Coda Mozza s’intrufolò sotto l’uscio della biblioteca, anch’essa chiusa per panico, Penelope saltò sulla finestra che si affacciava sulla via laterale dell’antico Collegio dei Nobili e sbirciò dentro: un migliaio di topi facevano baldoria saltellando su e giù dai libri; qualcuno ne mordicchiava le pagine. All’ingresso di Coda Mozza tutti si bloccarono e si fece silenzio. Penelope origliò.

«Miei cari compari», disse Coda Mozza, «siamo finalmente qui riuniti per seminare il panico e conquistare l’ennesima comunità».

Un coro di squittii fece fremere la coda mozzata del topo che aveva parlato. «Silenzio, silenziooo!» con il suo fare minaccioso Coda Mozza riacquistò l’attenzione dei suoi simili.

«Siete pronti per la seconda parte del piano?» chiese Coda Mozza. Altri squittii di esultanza e poi di nuovo silenzio.

Coda Mozza spiegò il piano. Penelope era senza parole, non sapeva come, ma avrebbe fermato a tutti i costi quell’assurda conquista del suo paese e dei suoi amati concittadini.

Scese dalla finestra, lasciò i topi tramare e si allontanò con la ferma volontà di fare qualcosa per salvare Fontevivo.

«Non posso lasciarli vincere!» disse ad alta voce. «E forse sono l’unica che può fare qualcosa…».

E fu così che Penelope iniziò la sua campagna elettore, promise “Via i topi dal paese” e vinse le elezioni.

«Adesso che sei diventata ufficialmente sindaco di Fontevivo, come pensi di agire contro l’invasione dei topi?» chiese la giornalista della Gazzetta di Parma a Penelope durante la sua prima intervista post vittoria elettorale.

«Miaooo, miao, miuuu, miiiiih», rispose Penelope, che tradotto significava «Manterrò le promesse, ho già un piano per scacciare quei topastri di qui, ma dovete lasciarmi il tempo. Al momento non posso rilasciare dichiarazioni ufficiali, non vorrei che Coda Mozza e i suoi mi intralciassero. Abbiate fiducia! Sono o non sono il vostro Sindaco?».

«Grazie Penelope, attendiamo tutti al più presto i risvolti di questa spiacevole situazione. Contiamo su di lei, te, voi…», la giornalista non sapeva più come rivolgersi a Penelope, era un gatto, ma era pure Sindaco.

Nel frattempo Coda Mozza e i suoi continuavano a seminare il panico. Avevano invaso le case dove per lo più trafugavano Parmigiano Reggiano, di cui erano ghiotti, e come dar loro torto?

La gente era sempre più disperata e si aspettava che il nuovo Sindaco rispettasse le promesse fatte in campagna elettorale. Nessuno accarezzava più Penelope incontrandola per strada né le dava da mangiare, solo richieste e pretese: «Via i topi dal paese!» le ripetevano tutti in continuazione.

«Adesso basta», si disse il neoeletto Sindaco, «sono stanca di questa assurda situazione e voglio tornare a vivere nella bambagia, adesso mi sentono quei quattro sorci…».

Penelope, il sindaco di Fontevivo, aveva un piano: «Voi siete tanti? Noi saremo molti di più!» minacciò ad alta voce Coda Mozza e i suoi che in quel momento non potevano sentirla poiché erano a fare razzia di Parmigiano in un vicino caseificio.

Penelope entrò in Municipio, andò nel suo ufficio di Sindaco, prese posto sulla sua comoda poltrona in pelle che in pochi giorni aveva già sfilacciato con le unghie, alzò la cornetta del telefono, compose un numero a tre cifre e fece una sola e unica chiamata. Poi si sfregò le zampette e iniziò a fare le fusa pregustando il risultato di quella telefonata.

Quella stessa notte Fontevivo fu invasa una seconda volta. Non da topi, però. In paese arrivarono centinaia e centinaia di gatti: grandi e piccoli, bianchi, neri, arancioni, grigi, a strisce, a pelo lungo, a pelo corto, senza pelo… C’erano perfino la Kuro, Kratos e Dentino, loro appartenevano all’Esercito dei Bruttini e ancora Penny, Timotino, Baruffino, Edea, Spritz, Mimma, Paprika, Yoda e tutti i gatti di Felineo, il paese dei gatti fondato da Tata e Pablo.

Coda Mozza e i suoi non se l’aspettavano, furono presi di sorpresa, alcuni fecero una brutta fine, altri riuscirono a fuggire, Coda Mozza fu catturato e portato da un gatto a pelo lungo nel piazzale antistante il Comune al cospetto del Sindaco: era l’unico topo rimasto in paese vivo.

Penelope, con la fascia tricolore indosso, ringraziò il gatto, da tutti conosciuto come John il Killer, che aveva posato davanti alle sue zampe il corpicino martoriato di Coda Mozza.

«Mi, mi, mi dispiace… io, io, non insomma…», Coda Mozza aveva perso tutta la sua grinta.

«Vedo che ora oltre alla coda hai anche la parola mozza», ruggì Penelope.

«Io…», provò a giustificarsi Coda Mozza.

«Zitto! Ora parlo io, tu hai già detto e fatto abbastanza».

Coda Mozza aveva le orecchie tremanti, stava per fuggire ma Penelope lo bloccò per il pezzo di coda che gli era rimasto.

«Dove pensi di andare? Non ti mangerò, tranquillo. Qui mi hanno sempre nutrito a sufficienza e con buon cibo, non ho bisogno di mangiare un essere disgustoso come te, ma voglio chiarire alcune cose».

Nel frattempo gran parte della gente di Fontevivo aveva raggiunto il piazzale del Municipio, Penelope, però, era troppo concentrata per accorgersene e proseguì con il suo discorso.

«Tu e i tuoi compari vi siete insinuati in questa Comunità senza chiedere il permesso, con delle pretese, seminando il panico, facendo razzie. Non è così che funziona. Qui vivono persone semplici, disponibili, che mi hanno sempre nutrito e non hanno mai voluto niente in cambio se non il mio rispetto e il mio amore incondizionato. Ed è quello che ho sempre dato e ricevuto. Non permetterò a nessuno di distruggere tutto questo, tanto meno a degli esseri infimi come te. Ora ho una promessa da mantenere, sei rimasto solo tu, o te ne vai di tua spontanea volontà sulle tue zampette, oppure disteso come molti dei tuoi sorci… soci. Ho fatto una promessa e sono qui per mantenerla».

Coda Mozza scappò via fulmineo, un forte applauso rimbombò sulle pareti del Municipio e il riverbero arrivò anche ai Fontevivesi che non avevano assistito alla scena.

Penelope disse un’ultima cosa ai suoi concittadini: «Miao, miao, miiiih, miu».

Tutti ancora si chiedono cosa significassero quegli strani miagolii e nessuno lo ha ancora scoperto, sta di fatto che Penelope, il Sindaco di Fontevivo, decise di dimettersi e tornare a essere il gatto più amato, coccolato e nutrito dalla comunità.

di Anna Celenta ©riproduzione riservata. È assolutamente vietato ricopiare o ripubblicare in qualsiasi forma senza l’autorizzazione scritta dell’autore.

5 pensieri su “Penelope, il gatto Sindaco

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *