I racconti di Felineo: L’agente segreto Lavi Satin

A Felineo è arrivato un ospite speciale. È Lavi Satin, agente segreto e soldato dell’Esercito dei Bruttini. Il soffice coniglio dalle lunghissime orecchie ha molte avventure da raccontare. Quella affrontata insieme ai suoi compagni e amici sull’Isola dei Giganti, infatti, non è l’unica vicenda pericolosa alla quale Lavi ha partecipato. Il suo lavoro di agente segreto lo ha visto protagonista di numerose imprese, anche prima di diventare cieco da un occhio, che oggi Lavi ricopre con una benda da pirata.

Gli abitanti di Felineo sono entusiasti della sua visita e non aspettano altro che terminare la cena per radunarsi nel salone centrale e ascoltare una delle sue avventure.

Prima dell’incidente, Lavi, soprannominato Satin per il suo soffice pelo bianco, era amato e apprezzato da grandi e piccini. Faceva tenerezza a chiunque e chi lo incontrava non riusciva a staccargli gli occhi ma soprattutto le mani di dosso, tanta era la voglia di accarezzarlo e coccolarlo. Nessuno immaginava il coraggio che celava dietro al suo tenero aspetto. Nessuno sapeva che il dolce coniglietto era un agente segreto.

Finalmente i gatti e il loro ospite hanno terminato la cena. Tutti siedono in cerchio nel salone centrale di Felineo, Tata e Pablo sprofondano in comode poltrone e i gatti sono sdraiati nelle loro scatole di cartone, qualcuno in compagnia, altri in solitudine, ma tutti ansiosi di conoscere l’avventura più avventurosa dell’agente segreto Lavi Satin.

«Dovete sapere, mie cari amici, che prima della perdita del mio occhio destro ero un tenerissimo e insospettabile coniglietto domestico, molto amato e coccolato». Lavi introduce la vicenda che lo vede protagonista. «Dopo l’incidente sono stato allontanato dalla famiglia che diceva di amarmi tanto. La mia storia è simile alla vostra. Sono stato abbandonato e isolato da chi prima, quando ero un dolcissimo e soffice animaletto senza difetti, mi nutriva e mi aveva dato una casa. All’improvviso mi sono trovato in mezzo alla strada, al freddo, senza cibo, non avevo più un luogo dove ripararmi e una famiglia che mi amasse. Voi avete avuto la fortuna di essere stati accolti da Tata e Pablo che, nonostante i vostri difetti, anomalie, amputazioni o mancanze, vi amano senza pregiudizi. Io, a quei tempi, sono rimasto solo e ho dovuto rifarmi una vita e cercarmi una casa, ma poi, proprio come voi, ho trovato nuovi amici e oggi sono lieto di poter dire che i miei compagni dell’Esercito dei Bruttini sono la mia vera e unica famiglia». Dopo questa indispensabile premessa, Lavi inizia il racconto della sua vita prima e dopo l’incidente.

In un paese della provincia di Parma esiste un parco speciale. Qui, in uno stato di semilibertà, vivono numerosi animali di tante specie differenti: ci sono le mucche, le caprette, i cavalli e gli asinelli. Ci sono le papere, le oche, i pavoni e le galline e poi c’è una numerosissima famiglia di conigli. È qui, in questo parco, che è nato Lavi.

Tutti i coniglietti sono sempre stati liberi di muoversi nel grande prato che riveste l’intero parco come un grandissimo tappeto verde. Animali ed esseri umani, per lungo tempo, hanno convissuto senza farsi del male o intralciare l’uno le attività dell’altro. Nel parco, oltre agli animali, infatti, ci sono giostre e giochi per bambini, che possono correre liberamente senza il pericolo delle auto. Ogni tanto i bambini, oltre a rincorrersi tra di loro, cercano di acchiappare i coniglietti, nonostante ciò sia proibito dal regolamento del parco. Altre cose non si possono fare, una di queste è dar da mangiare agli animali. Talvolta, però, ci sono umani e animali che non rispettano le regole. Lavi era tra coniglietti tra i più amati dai bambini del parco. Non solo perché era bianco e soffice come un batuffolo di cotone, ma anche perché lui era diverso dagli altri: aveva delle orecchie e delle zampe lunghissime. Questa peculiarità rendeva la sua andatura buffa e impacciata poiché a ogni balzo rischiava di cadere o cadeva, rotolando sul prato finché qualcuno o qualcosa non lo fermava.

Un giorno stava brucando un po’ di fresca erbetta, quando il suo naso sentì un profumo straordinario. Lavi non aveva mai sentito prima di quel momento un aroma tanto gradevole e così, con il naso puntato verso terra, iniziò a muoversi guardingo. Il profumo che inebriava le sue narici lo portò fino alla rete che confinava con la strada. Lì c’era un bambino dal viso dispettoso con in mano un paio di forbici, con le quali aveva tagliato la rete. Vicino alla rete aveva posato uno zainetto al cui interno si trovava l’oggetto dei desideri di Lavi: una dolcissima carota. Lavi avanzava senza alzare lo sguardo e il suo naso lo portò dritto nella trappola. Entrò nello zaino, il profumo di carota era sempre più persistente. Le sue narici erano talmente inebriate che non si accorse di essere caduto in una trappola. Il bambino afferrò fulmineo lo zaino e chiuse la cerniera. Lavi era al buio, ma aveva la carota tra le zampe, la stava già mangiando senza preoccuparsi di altro: dove sarebbe andato? Cosa avrebbe pensato la sua famiglia non vedendolo più tornare? Il suo unico pensiero era gustarsi in pace quel delizioso cibo arancione.

Il bambino portò a casa Lavi. «Mamma, papà guardate cosa ho trovato in mezzo alla strada!» mentì, fissando con occhi languidi i genitori che, senza fare domande, decisero di tenere il coniglietto.

Lavi venne così adottato dalla famiglia di umani che lo battezzò Satin, per il suo soffice e setoso manto. Fin da subito Lavi Satin fu nutrito e coccolato a sazietà. Le carote divennero il suo cibo preferito e in casa non mancavano mai, visto che il capofamiglia era il titolare di un negozio di frutta e verdura. L’unica difficoltà che incontrava il coniglietto era quella di muoversi all’interno del piccolo appartamento in cui era stato portato. A ogni passo rischiava di cadere e tutte le volte che succedeva, spesso, metteva in gioco non solo la sua incolumità, ma anche quella degli oggetti della casa. Da quando era arrivato, infatti, aveva già rotto due vasi, un servizio di piatti e cinque bicchieri, aveva rovesciato tutte le sedie della sala da pranzo trascinandosi dietro la tovaglia e tutto quello che c’era sopra, ovvero tre dei cinque bicchieri sopracitati e mezzo servizio di piatti di cui sopra. Per fortuna la sua goffaggine era inversamente proporzionale alla sua dolcezza e invece di sgridarlo tutti lo consolavano dicendo: «Non ti preoccupare Satin, non è colpa tua, ma delle tue lunghe orecchie e delle tue zampe altrettanto impegnative!». E tutte le volte, Lavi Satin riceveva una carezza e una carota consolatoria.

Il tempo passava, Lavi cresceva e quando la famiglia non era in casa provava a risolvere i suoi problemi di movimento. Dopo diversi tentativi falliti, una mattina salì sull’armadio della camera da letto, il punto più alto della casa.

«Se non riesco a camminare senza inciampare proverò a volare!» si disse guardando giù. «Al tre mi lancio… uno, due e treeeeeeeeeeeeee!». Lavi Satin chiuse gli occhi e si lanciò verso il letto, dove però non atterrò. Le orecchie vibrarono, poi rotearono come un’elica e il coniglietto iniziò a volare dalla camera da letto alla cucina, dal bagno volò in alla sala. Sorvolò soddisfatto tutto l’appartamento che però era piccolo e quindi la ricognizione terminò presto. Il primo atterraggio fu un po’ turbolento: le orecchie si incastrarono nel lampadario della sala e Lavi cadde sul pavimento trascinandosi dietro un altro vaso. «Questa casa è troppo piccola, devo trovare il modo per uscire e perfezionare il volo e soprattutto l’atterraggio» si lamentò, leccandosi una piccola ferita.

Così, dopo il suo primo volo, Lavi Satin escogitò un piano per uscire di casa indisturbato e farvi ritorno sempre di nascosto. «Forse la notte è il momento migliore», ipotizzò. «Proverò questa sera, quando apriranno il balcone per chiudere le imposte. Mi nasconderò nell’angolo dietro alle piante.»

Quella sera Lavi inaugurò il suo primo volo notturno. Seguirono diverse notti e parecchi tentativi per migliorare la tecnica. «Sfrutterò questa mia abilità per aiutare gli altri e combattere il male, diventerò un agente segreto!» si disse pieno di entusiasmo per le sue inaspettate doti. Aveva trasformato un suo difetto in un pregio e desiderava metterlo a frutto aiutando gli altri. Durante il giorno, Lavi Satin continuava la sua vita da coniglietto domestico, coccolato e nutrito dalla famiglia che lo aveva accolto in casa propria, la sera si travestiva e usciva di nascosto alla ricerca di missioni segrete per combattere il male, le ingiustizie e salvare i più deboli.

Una sera, durante una perlustrazione aerea proprio vicino all’ortofrutta del suo umano più grande, notò dei movimenti sospetti. Si avvicinò senza fare rumore e atterrò sul ramo di un albero di fronte al negozio. Nel silenzio di quella cupa notte notò un gruppo di nutrie intente e forzare la serratura del negozio. Gli animali avevano delle maschere sul volto per non farsi riconoscere, questo significava che stavano per compiere qualcosa di losco. Mentre le nutrie armeggiavano invano con la serratura, dall’alto della sua posizione privilegiata Lavi lanciò una rete da pesca che finì sopra i malfattori imprigionandoli.

«Chi siete e cosa ci fate vicino a quella serratura?» domandò Lavi in tono minaccioso.

«Ma niente!» rispose una nutria, forse il capobanda.

«Come niente? E allora perché state armeggiando?»

«Ma cosa stai dicendo? Siamo qui per caso, ci siamo fermati a fare quattro chiacchiere tra amici!»

La nutria cercò di convincere Lavi Satin, ma l’agente segreto non ci cascò.

«Chi pensi di prendere in giro? Avete delle maschere sul volto e vi ho osservato per cinque minuti da quell’albero. Confessa se non vuoi che finisca male!»

A dispetto del suo tenero aspetto, l’agente segreto mostrò un coraggio da fare invidia all’uomo ragno.

«Se ti dico cosa stavamo facendo ci lascerai andare?» chiese il capobanda in preda al panico.

«Tu confessa e poi vedremo!» Lavi Satin era un osso duro.

«Stavamo forzando la serratura per entrare. Abbiamo ricevuto un messaggio anonimo nel quale c’era scritto di rubare delle carote da questo negozio e in cambio avremmo avuto un posto migliore dove vivere con le nostre famiglie. Ti prego, devi credermi. Viviamo in un fosso puzzolente e pieno di rifiuti con le nostre compagne e un numero indecifrabile di figli per i quali desideriamo una vita migliore.»

La confessione della nutria era convincente, Lavi Satin aveva letto la sincerità negli occhi nascosti dietro alla maschera.

«Mi hai convinto, per questa volta vi lascerò andare, ma in cambio dovrete fare qualcosa per me!» L’agente segreto iniziò a creare la sua rete di informatori.

«Grazie, tutto quello che vuoi!»

«La prossima volta che riceverete un biglietto simile a quello che vi ha indotto ad agire in questo modo dovrete portarmelo, in cambio vi lascerò tornare dalle vostre famiglie e tenterò di trovarvi una sistemazione più accogliente.»

Lavi liberò le quattro nutrie dalla rete. Le bestiole lo ringraziarono e promisero di riferirgli tutti i movimenti sospetti della zona.

«Buona fortuna!» Il capobanda salutò l’agente segreto e si allontanò insieme ai suoi tre compari con il volto ancora coperto dalle maschere.  

Lavi ricambiò il saluto, ma rimase pensieroso: «Chi sarà il mandante? A cosa gli serviranno le carote? Indagherò… per questa sera ho fatto abbastanza, sta per albeggiare e tra poco riapriranno il balcone, devo tornare a casa».

Lavi si alzò in volo, tornò verso casa e si nascose appena in tempo per rientrare indisturbato e adagiarsi sul suo cuscino prima che qualcuno lo svegliasse per la razione mattutina di carote.

Quella stessa sera Lavi voleva approfondire le indagini sul traffico di carote. La procedura per uscire di casa era sempre la stessa. Andò sul balcone e si nascose per rimanere chiuso fuori fino alla mattina successiva. L’incontro della notte precedente era stato una vera fortuna. Le nutrie, infatti, erano diventate sue alleate e appena lo videro sorvolare il quartiere attirarono la sua attenzione.

Con un segnale luminoso, il capobanda delle nutrie invitò l’agente segreto a scendere a terra. La fase di atterraggio era il suo punto debole, invece di appoggiarsi con dolcezza sul morbido prato che costeggiava il canale puzzolente dove vivevano le nutrie, ci finì dentro. Lavi ne uscì infangato e ricoperto di rifiuti.

«Questo canale va ripulito!» esclamò deciso Lavi, togliendosi dal naso il tappo di una bottiglia di plastica. «Vi prometto che se non riesco a trovare un posto migliore, verrò a ripulire io questo canale e tutti i canali dove vivete».

Tenere pulito l’ambiente era una missione molto importante per l’agente segreto Lavi Satin.

«Ti ringrazio amico, ma ora devo dirti una cosa che non ti farà piacere», affermò il capo nutria.

«Parla, ti ascolto!» Lavi era curioso e un po’ preoccupato dal tono del suo informatore.

«Hai presente il parco degli animali?»

«Certo, ci sono nato e lì vive ancora tutta la mia famiglia».

«Tienilo d’occhio! Forse ho capito a cosa serviranno le carote che stavamo per rubare.»

«Spiegati meglio, non capisco!» si allarmò Lavi.

«Ho sentito dire in giro che le carote rubate potrebbero servire per avvelenare i coniglietti del parco e anche gli altri animali che, come voi, sono ghiotti di carote.»

«Per quale motivo? Ne sei sicuro? Quando succederà?»

«Ne sono più che sicuro, ma non so quando succederà, forse il fatto che tu ci abbia impedito di rubare le carote da quel negozio ha rallentato l’operazione, ma non so di quanto! Devi correre subito al parco e verificare.»

«Ci volo subito, non posso permettere una tragedia simile.»

Lavi Satin partì dal fosso ricoperto di plastica, carta e ciò che di peggio gli esseri umani erano in grado di gettare senza preoccuparsi delle conseguenze sull’ambiente.

La notte era più cupa del solito, la nebbia avvolgeva la pianura sottostante e anche se Lavi volava nel cielo sereno non riusciva a vedere cosa si nascondeva sotto quella coltre di umidità.

«Ormai dovrei essere vicino al parco, ma non vedo nulla!»

Lavi scese un po’ per capire dove fosse, ma la nebbia era molto fitta e gli impediva la visuale. Scese ancora un poco, ma nulla da fare.

«Non capisco, se sono nel posto giusto c’è un insolito silenzio. La cosa non mi piace affatto.»

L’agente segreto si avvicinò ancora un poco, ma a causa della visibilità limitata non si accorse che stava scendendo in picchiata verso un grosso albero. L’impatto fu inevitabile, il coniglietto si schiantò e un ramo appuntito gli trafisse l’occhio destro. Perse i sensi e precipitò ai piedi dell’albero dove restò inerme.

Il parco, avvolto dall’oscurità e dalla nebbia, sembrava deserto. Qualche ora prima del suo brusco atterraggio, un piano diabolico e disumano era stato messo in atto. L’intero manto erboso del parco degli animali era stato cosparso di carote, nonostante il divieto assoluto di dar da mangiare agli animali. Il profumo delle carote aveva fatto uscire tutti i conigli dalla loro tana. Come in uno stato di trans, i teneri animaletti avevano iniziato a mangiarle, una, due, tre, alcuni anche una decina. Deliziose carote piovute dal cielo. Terminata la scorpacciata, con lo stesso incedere lento, i conigli assonnati e con la pancia piena avevano poi fatto ritorno nelle loro tane, dove si erano addormentati.

Si fece mattina, la nebbia avvolgeva ancora il parco, Lavi si svegliò, non ricordava nulla dell’incidente e non sapeva nemmeno perché si trovava ai piedi di quell’albero all’interno del parco degli animali. Aprendo gli occhi capì che qualcosa non andava, la nebbia era fitta, ma non era la causa della sua cecità. Cercò di ricordare, ma la caduta gli aveva procurato la perdita temporanea della memoria, non ricordava nulla della sera prima e non sapeva perché si trovava nel parco. Sentì solo una fitta all’occhio destro dal quale non vedeva più. I suoi pensieri si fecero ancora più allarmanti quando capì che nel parco era successo qualcosa di brutto. Un ricordo si affacciò nella sua mente: «Le nutrie! Sì, i miei informatori hanno detto di correre qua, ma non riesco a ricordare perché. Faccio un giro del parco per schiarirmi le idee».

Lavi ancora non sapeva di aver perso l’occhio, gli faceva male, ci vedeva poco, ma non si rendeva ancora conto della reale gravità del problema. Si aggirava nel parco avvolto ancora dalla nebbia e dallo stesso singolare silenzio della notte.

«Che strano, tutti gli animali dormono ancora!» Il pensiero fu interrotto da qualcosa che lo fece cadere a terra, ma non erano le sue lunghe orecchie, bensì una carota rosicchiata. Stava per finire quello che qualcuno aveva iniziato prima di lui, ma si bloccò perché aveva mangiato così tante carote che ne distingueva l’odore anche a chilometri di distanza: «Questa carota non mi convince, sembra più una mandorla di una dolce carotina». La infilò nella sua cintura da agente segreto e proseguì lungo una pista di resti di carote con lo stesso insolito odore di mandorla. La pista si fermava davanti alla tana dei conigli del parco. Lavi bussò alla porta: Toc! Toc! «Ci siete? Dormiglioni, svegliaaaa!» urlò, ma nessuno rispose. Dopo il terzo tentativo, entrò nella tana. Tutti i conigli dormivano un sonno profondo, erano inermi, peggio ancora, sembravano morti. Lavi si spaventò e scosse uno dei suoi fratelli, non si muoveva. Andò verso la sua mamma e il suo papà: «Mutti, Papi, sono io, sono Lavi, sono tornato, svegliatevi!» li scrollò, urlò, ma nulla, neanche mamma e papà davano segni di vita. Lavi, disperato, era in preda al panico, non sapeva cosa fare. Uscì dalla tana e andò dal suo amico Ciuccio, l’asino che viveva proprio sopra la tana dei conigli. Ciuccio si era svegliato sentendo le urla di Lavi: «Ehi, amico che piacere vederti, cosa ci fai qui?» domandò il mulo contento di rivedere l’amico. Ma un attimo dopo il suo muso si incupì. Ciuccio vide l’occhio ferito di Lavi e pensò fosse la causa delle sue urla.

«Cosa hai combinato? Il tuo occhio…».

Lavi lo interruppe: «Non pensare al mio occhio, c’è qualcosa di più grave da risolvere».

«Calmati, sei così agitato che fatico a capirti. Rilassati un secondo e spiegami tutto!»

«Non ricordo bene cosa sia successo la notte scorsa, ma questa mattina sono inciampato in una carota. L’ho raccolta e invece di mangiarla come farebbe qualsiasi coniglio l’ho annusata, aveva uno strano odore di mandorla.»

«Una carota che sa di mandorla, in effetti è insolito!» sottolineò l’asinello.

«Ne ho seguito le tracce che mi hanno portato fino alla tana dei conigli. Ho bussato più volte senza ricevere risposta, così sono entrato ed erano tutti stesi. Pensavo dormissero e invece nessuno di loro ha risposto alla mia chiamata. Ho scosso anche Mutti e Papi, ma neanche loro si muovono, sembrano tutti morti.»

«Mortiiiii! No, non è possibile cosa stai dicendo?»

«Non so se sono morti o solo svenuti, ma non si muovono e dobbiamo chiamare aiuto, per questo mi sono rivolto a te!»

«Ci penso io, mio caro amico, adesso mi metto a ragliare così forte da richiamare l’attenzione del guardiano del parco». Ciuccio fece quanto promesso: «Ih oh, Ih oh, ihhhhh, ohhhhhhhhhh».

Il raglio fu talmente assordante che il guardiano accorse imprecando: «Cos’hai da sbraitare, stupido asino!».

Il ciuco rispose indispettito all’offesa ,ragliando ancora più forte nell’orecchio dell’uomo che cadde, inciampando in un mucchietto di carote mangiucchiate e si insospettì: «Chi ha dato da mangiare ai conigli? Maledizione, nessuno che rispetti i divieti in questo parco».

L’uomo era burbero, ma buono, sollevò un rimasuglio di carota e disse: «Che fastidioso odore di mandorla amara!». Dubbioso, si avvicinò alla tana dei conigli che trovò aperta. Sbirciò dentro, dove l’odore di mandorla amara era ancora più intenso: «Sono avvelenate, le carote sono avvelenate!».

Il guardiano allungò un braccio e, a malapena, riuscì a tirare fuori due conigli vicini all’ingresso della tana. «Oddio, povere bestiole, non si muovono». L’uomo corse a chiamare i soccorsi che arrivarono tempestivamente. Per estrarre tutti i conigli fu necessario scavare un buco più ampio che permettesse a un soccorritore di accedere alla tana. Tutti gli animaletti, compresa l’intera famiglia di Lavi Satin, furono trasportati d’urgenza all’ospedale veterinario. Il guardiano del parco ringraziò l’asino per il suo indispensabile contributo.

Lavi era rimasto a guardare dall’alto di un albero e appena tutti i coniglietti furono stati prelevati si precipitò a casa alla velocità di un razzo. Si era fatto tardi, la famiglia umana era già sveglia e sembrava preoccupata della sua scomparsa. Lavi sentì chiamare il suo nome. La mamma, il papà e il bambino lo cercavano in giardino. Lavi svestì i panni da agente segreto, li nascose e si accovacciò vicino a un albero dove finse di dormire.

Il bambino lo vide da lontano: «Mamma, papà ecco Lavi, è laggiù, sta dormendo sotto quell’albero».

«Povero coniglietto, sarà infreddolito, è rimasto fuori tutta la notte», disse la mamma accorrendo alle grida del figlio.

Il papà giunse per primo ai piedi dell’albero dove giaceva Lavi che, a causa della tumultuosa notte e del risveglio drammatico, era privo di forze. Quando l’uomo lo sollevò, aggrottò le sopracciglia. La donna si mise a urlare e il bambino, vedendo il suo coniglietto senza un occhio, si lasciò andare a un pianto disperato.

«Metti subito giù quell’orribile bestiaccia!» la donna trasformò il suo amore per il tenero e soffice Satin in orrore.

«Che brutto, non lo voglio più!» piagnucolò il bambino.

Tra urla e piagnistei, l’uomo posò a terra Lavi Satin. I tre i allontanarono.

Con il solo occhio rimasto, Lavi guardò le loro spalle che pian piano si allontanavano. Lavi li chiamò indietro, ma dalla sua bocca stanca non uscì alcun suono. Con le poche forze rimaste, si trascinò fuori dal giardino della casa e volò sopra un maestoso albero dove c’era un buco. Lì, dopo essersi ripreso, costruì la sua tana. Era un luogo caldo e accogliente: «Lo arrederò come più mi piace, qui ricomincerò la mia vita e appena la ferita al mio occhio non farà più male tornerò a essere Lavi Satin, l’agente segreto più soffice del mondo».

Lavi era rimasto colpito dalla tragedia che la mattina aveva forse ucciso tutta la sua famiglia e il resto dei conigli del parco. Ma altrettanto grave e doloroso era stato l’allontanamento da parte di chi prima lo aveva coccolato e nutrito fino a quel momento.

«Ora che sono mezzo cieco, gli umani non mi vogliono più. Non importa, farò tesoro di questa esperienza, prima di fidarmi di chiunque mi offra un paio di carote.»

Nel pomeriggio, dopo aver arredato la sua piccola tana in cima all’albero, Lavi volò al parco degli animali per conoscere il destino dei suoi simili. Il cancello era chiuso e un cartello recitava: “Il parco è sottoposto ad accertamenti da parte delle autorità in seguito all’avvelenamento dei conigli, resterà chiuso fino al termine delle indagini”. Grazie alla sua capacità di volare, l’agente segreto entrò nonostante il divieto e si diresse dall’amico Ciuccio.

«Ehi, Ciuccio, ma cosa succede?» domandò preoccupato Lavi.

«Dopo che te ne sei andato sono arrivati i carabinieri e hanno prelevato tutti i resti di carote. Li hanno analizzati e sembra che fossero avvelenati.»

Lavi rimase impietrito, ma l’asinello lo tranquillizzò: «Non ti preoccupare, il nostro intervento è stato tempestivo, la tua famiglia e tutti gli altri conigli sono stati salvati. Quando staranno meglio saranno riportati nel parco, che però rimarrà chiuso finché non si saprà chi ha cercato di ucciderli e perché».

«Grazie, che bella notizia, mio caro amico!»

«Ma dimmi di te? Il tuo occhio che fine ha fatto?» chiese poi Ciuccio che ancora non conosceva le sorti del coniglio.

«Purtroppo non ricordo molto della notte scorsa. Mi sono svegliato ai piedi del grande faggio con un forte dolore all’occhio destro, dal quale ora non ci vedo più. Forse la nebbia della notte scorsa ha intralciato il mio atterraggio e sono caduto e un ramo si è conficcato nell’occhio».

«Mi dispiace tanto e ora che farai?»

«Non ti preoccupare, ciò che è successo questa mattina mi ha chiarito alcune cose. Non voglio dipendere più da nessuno, né dagli esseri umani né dalla mia famiglia, anche se continuerò ad amare sia gli uni sia gli altri, voglio cavarmela da solo. Ho trovato una tana accogliente dove rifugiarmi e prima, mentre venivo al parco, uno di questi mi è finito in faccia».

«Dammi qui, cos’è?»

«Non saprei, è un pezzo di carta colorato, ma ciò che ha attirato la mia attenzione è quello che c’è scritto. Tieni, leggilo anche tu!»

Lavi porse il pezzo di carta colorato a Ciuccio, era un volantino sul quale c’erano stampate le seguenti parole:

“Sei brutto, bruttino o diversamente carino? Morbido, peloso, tenero o coccoloso? Hai qualche abilità nascosta che neanche tu hai ancora scoperto? Ho bisogno di te! Ti aspetto martedì 18 dicembre, prima dell’alba. Secondo scantinato a destra in via degli Ignoti. Porta gli attrezzi!”

«E quindi cosa intendi fare?» chiese l’asinello.

«È ovvio, ci andrò! Voglio scoprire il motivo di questo annuncio, credo che nasconda qualcosa di importante di cui voglio far parte.»

«Stai attento, amico, non voglio che tu perda anche l’altro occhio!»

«Non devi preoccuparti, Ciuccio, da oggi saprò badare a me stesso meglio di quanto non abbia fatto finora. Credo che questo annuncio si rivolga proprio a me. Il mio compito è aiutare gli altri e in questo messaggio c’è scritto il mio destino.»

Lavi Satin si presentò alle audizioni dell’Esercito dei Bruttini e diventò uno dei soldati più valorosi. Oggi non dipende da nessuno, ma ha tantissimi nuovi amici che gli vogliono bene e che si affidano a lui. Tra loro ci sono la Kuro, Pancio, Roundweiler, Brachyura, Generoso Tappabuchi, Kristal, Lallara Narco, Kratos, Dentino, Tata, Pablo e tutti i gatti di Felineo che al termine del racconto di Lavi si alzano su due zampe e miagolano all’unisono in segno di ammirazione per il dolcissimo e tenerissimo agente segreto Lavi Satin.

«Chi ha avvelenato le carote?» chiede curiosa Edea, una gattina nera in villeggiatura temporanea a Felineo.

«Ancora non si sa!» risponde Lavi. «Però sto svolgendo delle indagini parallele a quelle dei carabinieri, perché devo arrivare in fondo alla faccenda, affinché cose simili non accadano mai più!»

«E le nutrie? Hanno trovato un alloggio migliore?» vuole sapere Whesley, un gattone bianco e nero.

«Ho mandato una lettera anonima al Primo Cittadino che ha fatto ripulire il canale e installare delle telecamere per sorvegliare la zona affinché nessuno getti più immondizia. Peccato che con certa gente si debba arrivare alle maniere forti, intanto la nostra Madre Terra rischia il collasso…».

Con questo monito agli irrispettosi dell’ambiente, Lavi conclude il suo racconto e strappa un ultimo fragoroso miagolio agli abitanti di Felineo.

di Anna Celenta ©riproduzione riservata. È assolutamente vietato ricopiare o ripubblicare in qualsiasi forma senza l’autorizzazione scritta dell’autore.

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